La narrazione che oggi ci viene proposta dagli organi di informazione è quella di un presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che rivendica l’uso illimitato della forza in campo internazionale e che distrugge la tela del diritto internazionale che tanto dovrebbe proteggerci. Un tema è stato ripreso anche dal presidente Mattarella, nel messaggio di fine anno, quando ha definito ripugnante l’atteggiamento di chi rifiuta la pace perché si sente più forte.
La condanna dell’uso della forza, del rifiuto della pace, si accompagna, nella comunicazione ufficiale, all’apologia del diritto internazionale, che si sarebbe affermato all’indomani della seconda guerra mondiale. Sempre Sergio Mattarella ha recentemente affermato che il percorso della diplomazia internazionale dal 1945 in poi si è svolto con tante contraddizioni, con molte lacune, con tanti difetti, però ha fatto avanzare la comunità internazionale sul piano della civiltà e sul piano positivo di regole condivise; un percorso che oggi sarebbe minacciato.
In realtà queste regole condivise che formano il diritto internazionale sono basate su rapporti di signoria e servitù fra governi egemoni e governi che cercano di allargare la propria sfera di influenza all’estero. Uno dei documenti che la diplomazia occidentale pone alla base di queste “regole condivise” è la Carta Atlantica, siglata nel 1941 dal presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt e dal primo ministro del Regno Unito Winston Churchill al largo di Terranova. Ebbene questo tanto osannato documento prevede, al punto IV, che “tutti i paesi, grandi e piccoli, vincitori e vinti, abbiano accesso, in condizioni di parità, ai commerci e alle materie prime mondiali necessarie alla loro prosperità economica” e, al punto VIII, che “Poiché nessuna pace futura potrebbe essere mantenuta se gli stati che minacciano, e possono minacciare, aggressioni al di fuori dei loro confini, continuassero a impiegare armi terrestri, navali ed aeree, essi ritengono che, in attesa che sia stabilito un sistema permanente di sicurezza generale, sia indispensabile procedere al disarmo di quei paesi”.
Non ci vuole molto a capire che queste definizioni si adattano perfettamente a giustificare l’aggressione USA al Venezuela, stato che non ha messo le proprie risorse energetiche a disposizione degli Stati Uniti, e anche a giustificare la possibile aggressione all’Iran, che sembra minacciare aggressioni al di fuori dei propri confini. È implicito che “accesso alle materie prime” significa gratis e che la presenza di navi iraniane nel Golfo Persico, su cui si affaccia l’Iran, è una minaccia, mentre evidentemente non lo è la presenza di navi USA a migliaia di chilometri di distanza dalle proprie coste. Naturalmente il principio è abbastanza elastico per giustificare anche le aggressioni di Israele al di fuori dei propri confini, accampando la scusa della minaccia da parte di vicini prepotenti.
Le stesse istituzioni sorte dalla seconda guerra mondiale, il Fondo Monetario Internazionale (FMI), l’Organizzazione per il Commercio Mondiale (WTO) e le Nazioni Unite risentono in varia misura del rapporto asimmetrico di signoria e servitù che domina le relazioni internazionali. I vecchi imperi coloniali delle potenze europee, ricostituiti all’indomani della seconda guerra mondiale, si sono dissolti. Fino ad oggi gli Stati Uniti e le vecchie potenze coloniali hanno mantenuto un ruolo di preminenza e in alcuni casi di dominio, sancito dal ruolo del dollaro promosso dal FMI e protetto dalle armi degli USA e dalle tante missioni “umanitarie” e di “pace” che coinvolgono gli altri governi alleati. L’Organizzazione delle Nazioni Unite, che dovrebbe essere il perno delle relazioni internazionali, è in realtà l’obiettivo degli attacchi congiunti dei governi imperialisti finora dominanti. Un esempio fra tanti: l’Agenda 2030 che raccoglie le indicazioni delle Nazioni Unite e che è essenzialmente uno strumento di propaganda da sfoggiare come fiore all’occhiello da parte dei governi dei paesi “avanzati”, è vista in realtà come fumo negli occhi dai grandi gruppi finanziari e industriali, che vedono persino in questo documento puramente formale una minaccia alla libertà di sfruttare al massimo popolazioni e territori.
Il commercio mondiale è la base delle relazioni internazionali e il suo andamento è la causa delle modifiche di queste relazioni. Già nell’Approfondimento “Cina, Stati Uniti ed Europa nella nuova era della guerra commerciale globale” del dicembre 2024 a cura del Centro Studi Internazionali (CeSI) pubblicato dal Senato, dalla Camera e dal Ministero degli Esteri, si poteva leggere che la conflittualità politica internazionale è, innanzitutto, conflittualità economica e che dunque il commercio globale è l’arena dove la competizione si manifesta, nell’immediato, in maniera più diretta e virulenta. Nell’epoca della “guerra ibrida” o, per dirla con i cinesi, della “Guerra senza limiti”, si assiste alla militarizzazione degli strumenti economici e commerciali. La guerra, dunque, prima di essere militare, è commerciale.
Sempre secondo questo documento, la fase è caratterizzata, innanzitutto, dal desiderio statunitense di evitare il rischio di de-industrializzazione e mantenere il primato nei settori fondamentali per la crescita economica e l’egemonia tecnologica, dalle rinnovabili all’high-tech (microchip, semiconduttori e intelligenza artificiale), fino all’approvvigionamento di materie prime critiche. Tutto questo nel tentativo di mettere in sicurezza la propria economia e rallentare, almeno, la crescita di quella cinese (al netto delle sue problematiche interne). Ovviamente, Pechino non vuole restare a guardare né arretrare di un passo, forte della posizione dominante in numerosi settori (batterie, estrazione e raffinazione delle materie prime critiche e delle terre rare, manifattura ad alta tecnologia) e sollecitata dalla necessità di ridurre il divario tecnologico con Washington e con alcuni stati europei.
Tornando dunque a Trump ed alla sua rivendicazione dell’uso illimitato della forza, non ci troviamo, come qualcuno sostiene, di fronte alle convulsioni di una mente malata che ha conquistato il dominio del mondo. Siamo piuttosto di fronte all’esplodere delle contraddizioni profonde della società basata sul dominio politico e sulla proprietà privata. Società che non può continuare ad esistere senza il continuo aumento del saggio di profitto: solo con questo continuo aumento sarà possibile far fronte agli interessi che gravano sul debito sovrano e sul debito dei privati, imprese e cittadini. Ma questo aumento del saggio di profitto non si può ottenere senza aumentare di pari tempo lo sfruttamento del pianeta, sia nella componente umana che in quella non umana, accrescendo la miseria e la crisi ambientale.
Se lo scontro nel commercio internazionale ci rimanda l’immagine di due campi contrapposti, l’analisi dei rapporti sociali nei due campi ci rimanda l’immagine di un imperialismo unitario, in cui la contesa per il predominio nello sfruttamento ci rivela che tuttavia la comune base è proprio lo sfruttamento. È questa la vera violenza imposta alla stragrande maggioranza dell’umanità e all’ambiente in cui viviamo, violenza di cui le guerre e i genocidi sono esempi eclatanti. Alla luce di queste considerazioni deve essere sfatato un mito: il blocco dei governi antimperialisti non esiste; esistono governi che ambiscono a sostituirsi al blocco uscito vincitore dalla seconda guerra mondiale prima e dalla fine della guerra fredda poi, sostituendo un nuovo imperialismo a quello vecchio. Russia, Cina e India, fra l’altro, sono già in contesa sulle sorgenti dei fiumi himalayani o in Asia Centrale o nella Siberia al di là del lago Baykal, per non parlare dell’Africa e dell’America Latina, dove Brasile e Sud Africa aspirano a costruirsi un proprio ruolo imperiale.
La stessa proposta cinese di una sicurezza collettiva, anche se rimanda al mito delle relazioni internazionali negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, rievoca la politica estera sovietica negli anni precedenti alla seconda guerra mondiale, che si accompagnò alla politica dei fronti popolari sostenuta dalla III Internazionale. Questa politica preparò nei fatti la seconda guerra mondiale, consentendo al nazismo di rafforzarsi in Germania e al fascismo di vincere una sanguinosa guerra civile in Spagna. Al tempo stesso rievocò i tradimenti della socialdemocrazia all’inizio della prima guerra mondiale, asservendo alla politica di potenza dell’Unione Sovietica le avanguardie di classe organizzate nei partiti stalinisti.
Come il diritto è la difesa legale delle classi privilegiate nei confronti dei nullatenenti e dei ceti oppressi, così dunque il tanto decantato diritto internazionale è in realtà solo il diritto del più forte. La crisi di questo diritto è il segnale che qualcun altro aspira al ruolo di più forte; ma per le masse sfruttate e oppresse del mondo si prospetterà solo un nuovo calvario di sofferenze e di guerre.
Fino a quando i governi e gli stati saranno relegati nel museo degli orrori del passato.
Tiziano Antonelli